Chiamata del 29 gennaio 2016 da un caro amico anatomo-patologo di Bologna:”Giorgia, purtroppo è un Linfoma di Hodgkin”. Poi un silenzio di entrambi…

Il primo pensiero è stato: come lo dico alla mia famiglia? E mentre il mio cervello provava a trovare scuse per posticipare la notizia, le mie gambe si sono messe in moto autonomamente e sono arrivate in cucina dove c’erano loro ad aspettarmi.

Già da questo primo incontro con il Linfoma avrei dovuto capire che il mio nuovo coinquilino mi avrebbe permesso di fare cose che non avrei mai pensato di saper fare. Ma la strada per arrivare all’accettazione di ciò che stava accadendo era ancora lunga.

Subito la paura della morte bussa al tuo cuore, al tuo cervello, in ogni cellula del tuo corpo: “Avrei voluto visitare l’America. Non mi sono ancora sposata. Non ho figli. Perché non sono mai andata al concerto di Ben Harper?”. Piano – piano ho realizzato che più che paura di morire la mia era preoccupazione per non aver vissuto pienamente la mia vita. Quante volte l’ho data per scontata, con la presunzione che tutto mi fosse dovuto. Come se il diritto alla nascita implicasse il diritto alla vita.

– “Pensi di metterti in malattia? Bisognerà controllare se il tuo contratto ti dà diritto alla malattia”.

– Malattia? E chi ha la malattia? Questi si sono sbagliati tutti. Non ho sintomi. Io sto bene. Stai a vedere che tra poco mi diranno che quel linfonodo non è il mio. E poi, cos’è questa storia del diritto alla malattia?! Se sto male, sto male. Punto. Che diritti devo reclamare?

Eccola qui, era arrivata, la rabbia. Rabbia anche nei confronti del fato, del destino, del caso, non perché hanno subaffittato il mio corpo a questo nuovo coinquilino, ma perché si stavano facendo beffe di me: lavoro al Registro Tumori e durante la mia “malattia” ho dovuto mettere il mio nome in quell’elenco. Un elenco che mi ha sempre terrorizzata, che mi ha sempre messa alla prova emotivamente. Un elenco che il 4 febbraio 2016 ho dovuto aggiornare con il mio nome.

La non identificazione con la malattia è stata la battaglia più difficile da combattere.

In rete una volta ho trovato un’immagine relativa al termine “malattia”: si vede il palmo di una mano con le crepe di una superficie desertica. Il commento diceva: cosa vuole dirci la malattia? il corpo non è separato dall’anima. Capii allora che oltre alla guarigione del corpo dovevo concentrarmi anche sulla guarigione dell’anima.

Per quella del corpo mi sono affidata al Dottor Angrilli. Avevo sentito parlare di lui, molto bene, e per motivi lavorativi lo avevo incontrato un paio di volte. Così la mattina, quella mattina, quel mercoledì 17 febbraio 2016, entrai da sola nella sua stanza. Avevo bisogno di concentrazione per scrutarlo bene, per capire se potevo fidarmi di lui.

– “Numero 94 stanza 10”, una voce al microfono.

Ero io. Prima il mio corpo, e poi io, siamo arrivati dal Dottore. I 47 esami sostenuti all’Università, tutti messi insieme, non avrebbero mai eguagliato l’ansia di quel momento. Lui però era calmo, voce sicura e ferma, sguardo attento e fiducioso. Di li a poco scoprii che i 5kg che avevo perso non erano dovuti alla palestra, che il prurito non era legato agli acari, che la tosse e la febbre non erano legate all’influenza stagionale. Mi spiegò che questi erano i sintomi.

– “Vuoi che entri qualcuno con te?” No.

– “Vuoi conservare l’ovulo per la fecondazione?” No.

– “Vuoi la cuffia per rallentare la caduta dei capelli?” Si.

Mentre prendevo per la prima volta nella mia vita decisioni importanti, senza nessuna esitazione, iniziava ad affiorare dentro di me ciò di cui avevo sentito parlare: la forza. Che scoperta straordinaria. Non ero un pezzo difettato dell’umanità, ma ero una creatura che era stata chiamata a vivere un’esperienza unica nel suo genere, e che l’avrebbe fatto grazie alla sua forza.

– “Vai a yoga!”.

Mio padre si era fissato con questa cosa assurda dello yoga. Una mattina, mentre aspettavo in ospedale il mio turno, passò Daniel, il maestro di yoga, davanti a me….non poteva essere un caso! Così iniziai le mie lezioni per imparare a respirare. Che stupida a non averci pensato prima, in fondo cosa ci mantiene in vita!? Il respiro. Bisognava ripartire da lì. Così, durante le flebo, tra una pagina e l’altra di un libro che mia madre mi leggeva, tra un sacchetto e l’altro che sempre lei mi metteva e toglieva, io respiravo. Gli alchimisti dicevano “solve et coagula”, come dire sciogli-distruggi i legami della materia, anche quella psicologica e spirituale, e poi coagulali-riuniscili. Proprio come fa il respiro: ad ogni inspirazione costruisce, dà forza, ad ogni espirazione elimina, distrugge, allontana. In questo modo, con questo ritmo vitale, sono riuscita a liberare la mia anima da quelle flebo. Ero una luce che aleggiava sul mio corpo e si ricongiungeva con l’universo. Qualcosa di infinito in un corpo finito.

Questa è stata la scoperta più bella della mia esperienza. Un’esperienza che oggi posso definire come una Benedizione, grazie anche all’amore e alla presenza di tutti coloro che hanno condiviso il percorso con me, inclusi tutti gli amici del GAL.

“Ti voglio nell’Associazione”, così mi disse il Dottore. Ci aveva visto lungo anche in questo, sapeva che ne avrei avuto bisogno.

Oggi come mi sento? Un pò come quel naufrago di cui parla Dante, che arriva alla spiaggia e si guarda un pò indietro a vedere lo scampato pericolo. Guarda come di lato, vede e non vede, gioia e un pò di paura. Ma va tutto bene!

G.F.

Yoga

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