Qualcosa era nell’aria ma non ci volevo credere. Così, quando mi hanno confermato la notizia non ho provato nessun sentimento, perchè a volte non sono le parole a farti paura ma i gesti.
Lui, è un amico (da allora ancora di più) medico che si occupa di ecografie. Quella mattina era come tutte le altre mattine, ma le solite chiacchiere lasciarono ben presto il posto ad uno sguardo cupo.
“Amico mio, questo devi fartelo vedere. Ha una faccia che non mi piace”. Il dottore esordì in questo modo e anche se ci furono tutte le rassicurazioni del caso, non ci volle molto per capire che qualcosa si stava materializzando all’orizzonte. La conferma venne qualche giorno più tardi dalla Tac con contrasto e poi definitivamente conclamata dalla biopsia al mediastino fatta in anestesia totale.
Linfoma di Hodgkin al 4 stadio B. Quando si ricevono notizie su certi tipi di malattie, ogni precisazione è superflua. Quello che ti resta in testa e continua a rimbombarti nella mente è: un tumore. Ho un tumore. Ci metti tempo a metabolizzare. E’ un pò come una pallonata in pieno stomaco che ti toglie forze e respiro. Devi lavorare su te stesso per far fronte. Soprattutto di testa, perchè che tu lo voglia o no, la tua vita sta per cambiare. Per me fu così ma con ogni ragionevole certezza posso affermarlo anche per gli altri malati che ho incontrato durante il mio cammino. Persone che non ho mai visto ma che si sono messe subito a disposizione perchè io potessi dire: ok, ce la posso fare. Da qui in poi, ognuno ha la sua storia, e questa storia bella o brutta che sia, si vive ad un livello di consapevolezza diverso. Difficile da spiegare. Ma diverso. Il bianco non è più bianco e il nero non è più nero. Siamo noi che decidiamo ogni giorno di essere cosa vogliamo essere. Tutto, con una malattia come questa, assume una luce diversa. Intorno a te si muovono persone care che fanno di tutto per darti il giusto conforto. I medici lavorano. Le infermiere dispensano consigli. E tu, sei in balia della chemio. Della radio. Delle trasfusioni. Di bottiglie argentate che finiscono su aghi che ti passano le vene. Se non ho avuto paura quando mi hanno dato la notizia, non posso dire lo stesso quando ho varcato per la prima volta la stanza delle infusioni. Le gambe hanno ceduto. Speri per te che la terapia sia qualche pillola miracolosa, magari con pochi effetti colleterali. Poi invece ti siedi per la prima volta su quelle sedie scomodissime (anche se sono super imbottite, sei tu ad essere rigido) e un piccolo macchinario si accende scadendo il tempo. Il tuo tempo. Sei ore di infusione e pare, a sentire altre testimonianze che sia stato molto fortunato. I capelli cadono. I miei si sono diradati ma non sono caduti in compenso sono diventati bianchi. In poco tempo sono invecchiato di dieci anni. Così mi hanno fatto notare chi non era al corrente di quello che mi stava capitando. Tutto gira intorno alla malattia. Le ore dentro l’ospedale e anche quelle fuori. La malattia prende il controllo e tu lotti con nausea e vomito. Infusioni. Buchi. Controlli. Buchi. Infusioni. Riposo e qualche sorriso. Quei sorrisi che si fanno sempre più frequenti man mano che cominci a stare meglio. Perchè ringraziando il Signore la terapia produce i suoi effetti. Nel mio caso, dodici cicli di chemio hanno fatto sparire il male. Ringrazi la ricerca. Ringrazi il tuoi dottori, Francesco ed Erica e pensi ad una frase del più grande ciclista di tutti i tempi: certe medaglie si appendono all’anima e non alla giacca. Niente di più vero.

Oggi a distanza di sedici mesi posso dire con assoluta certezza che la mia vita è cambiata in meglio. Intorno a me si sono materializzati piccoli miracoli che solo una persona povera di spirito non avrebbe potuto vedere… perchè le storie che si intrecciano che tu ne sia consapevole o meno, sono lezioni di vita che ci fanno diventare grandi. Detto questo, grazie a tutti.         A.C.

Piccoli miracoli

Un pensiero su “Piccoli miracoli

  • luglio 3, 2018 alle 9:08 pm
    Permalink

    Sai che flash quando nomini la carta argentata… Ogni volta che guardo la cicatrice del cvc sul petto di Gabriele sono grata a non so chi precisamente. Forse al Dio che non avevo mai veramente pregato fino ad allora… Forse al destino.. forse alla scienza o al medico che soffriva e gioiava con noi.

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.